16 agosto 2004

LAMBRUSCO, CASTAGNE E POP CORN

non mi ricordo se sono stata una bambina precoce. se a 3 anni sapevo già leggere e scrivere, se a 5 facevo il cubo di rubik con una mano sola e se a 8 predicavo nel tempio. fatto sta che si è ritenuto necessario mandarmi a scuola.
la scuola era un posto fico, dove potevo farmi tanti amici, mangiare merendine, fare l’intervallo e soprattutto imparare a scrivere. il primo giorno che arrivai a scuola trepidavo di emozione: finalmente le stanghette che mia madre si ostinava a farmi copiare per farmi scrivere “ILENIA” avrebbero avuto un senso. e io avrei potuto farne buon uso da grande, quando sarei diventata una famosissima e stimatissima tabaccaia. anche se non avevo del tutto accantonato l’idea di fare la prestigiatrice.
ma il primo giorno di scuola ricevetti una mostruosa delusione dal sistema scolastico italiano: le maestre si presentarono tutte gioiose, ci convinsero che saremmo stati bene, che a scuola ci saremmo divertiti un sacco e che quelli che stavano per arrivare erano i migliori anni della nostra vita. ma di leggere e scrivere neanche l’ombra. io mi ero convinta che la scuola era bella, c’era quella faccenda delle merendine in ballo: non c’era bisogno di tirarla tanto per le lunghe. e invece niente. l’affaire “scrittura” rimaneva top secret, protetto meglio che dagli uomini di quantico. le maestre continuavano a citare il loro curriculum vitae, mortae e miracolae e a spataffiare quanto fosse bella la scuola, che magnifica avventura fosse apprendere, che audace e rocambolesca esperienza fosse condividere la conoscenza. questo concetto l’avevo afferrato al primo giro, anche se alla parola “condividere” un brivido mi aveva percorso la schiena: credevo mi si chiedesse di spartire le mie merendine. per fortuna si trattava solo di condividere competenze varie, micca cibo cariatorio.
mentre le maestre tenevano la loro democratica conferenza sul mondo di oz e sul sentiero di mattoni gialli, la situazione tra i banchi degenerava. laura, la bambina puzzona che negli anni avrebbe imperterritamente continuato ad appestare, continuava a piangere perché voleva stare con sua mamma. probabilmente uscire dal miasma nucleare di casa sua le aveva provocato crisi di astinenza e le lacrime le scendevano a fiumi come cagionate da reazione allergica alla combinazione atmosferica di ossigeno e azoto. quella roba necessaria a respirare, insomma. lei, abituata ad inalare esalazioni di grasso fuso e soffritti all’aglio, non c’era avvezza: normale che si sentisse così spaesata.
il primo giorno di scuola, dunque, fu una vera fetecchia. meno male che mia madre, al ritorno, mi fece trovare un fiammante vestito di barbie sul divano. era il regalo per non aver pianto a dirotto come laura e soprattutto, credo, per non emanare il suo stesso nauseabondo tanfo.
e fu sera e fu mattina: secondo giorno di scuola. carica di aspettative e lontana anni luce dalle modifiche della legge moratti, tentai di capire se finalmente mi avrebbero insegnato a scrivere o se questa storia dei sussidiari fosse tutta una bufala messa in piedi dal mondo editoriale per incrementare i guadagni.
così mi sistemai al mio banco estote parati come baden powell, pronta ad apprendere qualsiasi nozione calligrafica. ero armata come rambo, con una staedler HB tra gli incisivi e una gomma lebez incastonata tra pollice e indice.
ecco che, nel furore generale, le maestre fanno l’annuncio.

-bimbi, oggi cominciamo a scrivere. ma quale frase ci accompagnerà per tutto l’anno? qualcuno ha qualcosa da suggerire?

allora, signor maestra: o ce lo dice prima che dobbiamo essere creativi o poi si deve aspettare delle crisi di panico. come faccio a inventarmi una frase da scrivere così, su due piedi? cosa posso dire?

-io signora maestra, io ho un’idea.

era lui: enrico fantini. e questa era la sua prima promulgazione. negli anni a seguire enrico fantini si sarebbe rivelato il maggior sex symbol delle elementari e avrebbe schiantato un sacco di tope-bambine. per il momento, però, era soltanto un tenero frugoletto che aveva avuto un’intuizione.

-dimmi enrico, cosa possiamo scrivere?

la maestra lo conosceva già troppo bene per i miei gusti: c’era un particolare che non quadrava, ma il secondo giorno delle elementari non era il caso di fare la sindacalista dei bambini. dovevo studiare la situazione capire come compitare. o computare.

-non so cosa possiamo scrivere, ma io avrei portato dei ricci di castagna che ho raccolto domenica a serramazzoni!

bambino borghese di merda. io per andare a serramazzoni dovevo aspettare la colonia estiva del prete, nel frattempo andare tutti i sabati in parrocchia, imbustare gli avvisi per la comunità e pulire l’appartamento di don gasparo. e lui, così, se ne esce bello bello e va di domenica sull’appennino a raccogliere ricci. magari non doveva nemmeno fare il turno dei piatti, quel piccolo burnettiano lord fauntleroy.

-vieni qua, enrico e fammi vedere i tuoi ricci. e falli vedere anche ai tuoi compagni, che non sono stati a serramazzoni come te!

piccola maestra di merda: è vero che io non sono stata in montagna, ma non è che la mia esistenza valga meno per questo. io non lo invidio enrico fantini, a me piace alessandro malpighi, peraltro. c’ha le lentiggini e gli occhi verdi e gli piacciono un casino gli scimpanzè.
nel frattempo enrico mostra orgoglioso alla classe i suoi ricci, che facevano veramente cagare. erano ricci di castagna, morti. fossero stati ricci di mare, vivi, ci si poteva fare la spaghettata. con 5 castagne in croce non ci potevamo nemmeno fare l’arrostita di san martino.

-ma che beli, enrico! bambini, non sono meravigliosi questi ricci? su, ripetiamo insieme: enrico ha portato i ricci di castagna, enrico ha portato i ricci di castagna…

morale della favola: per tutto il primo anno di elementari, per imparare l’alfabeto e migliorare le arti calligrafiche e incunaboliche, riempimmo quaderni pigna di scritte in stampatello, corsivo, corsivo maiuscolo, corsivo minuscolo e times new roman che recitavan così:

ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.
ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA.

la noia imperava sovrana in quella scuola elementare ma la precisione ortografica vinceva suprema. così, alla 10.456esima volta che scrivevo daddio ENRICO HA PORTATO UN RICCIO DI CASTAGNA, mi sentii arrivata. quell’anno scolastico fu un inferno, anche perché scrivere di ricci di castagna in primavera era alquanto vintage. ma la maestra perseverava.
scoprii qualche tempo più tardi che enrico fantini ospitava tutti i giorni la maestra a pranzo e andava a casa sua in campagna alla domenica a vedere i cavalli e le mucche. inutile dire che, per non scatenare una rivoluzione orwelliana e finire come i maiali, non dissi nulla ai miei compagni.
quando la scuola finì, io non ero felice perché andavo in vacanza (mi aspettava la colonia del prete e i turni di pulizia in cucina) ma perché capivo che era finalmente terminata l’era dei ricci di castagna. in seconda elementare, ormai perita di bella scrittura, non avrei avuto bisogno delle esperienze bucoliche di enrico fantini per acculturarmi e sarei finalmente diventata una proto-tabaccaia. ma l’insidia si celava infingarda dietro i campi d’oro.
il primo giorno di scuola della seconda elementare ci ritrovammo nei nostri banchi di fòrmica: io ero la solita holly hobbie coi capelli lunghi e neri, alessandro era sempre splendido e lentigginoso e laura non piangeva più. ma puzzava ancora. ed enrico? enrico era lì, con lo sguardo timido e le mani dietro la schiena. la maestra non era cambiata e ci accolse come figliol prodighi. ma non ce ne eravamo andati di nostra volontà, era il ministero che imponeva che le lezioni finissero: tutte quelle feste non avevano molto senso.

-allora bambini, dove siete stati quest’estate?
-in colonia dal prete!
-bene, e tu?
-in colonia dal don!
-ah, e tu alessandro?
-in colonia.
-beh, vedo che siete stati tutti in colonia! ma tu enrico? dove sei stato tu?

dentro di me pregavo intensamente, come non avrei fatto mai in tutti gli anni che avrei frequentato la parrocchia: “non dire che sei stato a serramazzoni, no a serramazzoni, no a serramazzoni, ti prego no!”

-signora maestra, sono stato a…

a viterbo, a margherita di savoia, a buchenwald, dove vuoi…

-sono stato a…

a? parla sporco fauntleroy, dillo, dai!

-sono stato a parma dai miei nonni…

pfiu! pericolo scampato! niente ricci da descrivere o disegnare! evviva! il genio creativo vince sulla ripetitività ciclica!

-… e ho raccolto questa pannocchia di granoturco, che ora mostrerò ai miei compagni!

ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.
ENRICO HA PORTATO UNA PANNOCCHIA DI GRANTURCO.


All'uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli

1 commento:

Marco ha detto...

Minchia, io ti amo!!! Ti avevo dimenticata ma sei ricorsa alla mia mente ed è una meraviglia!